13.2.06

Lettera alla rivista “No Limits”

Gentile redazione, siamo due studentesse della facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma: Daniela Cinque e Chiara Codino. Siamo venute a conoscenza di “No Limits”grazie al corso di sociologia della metropoli curato dalla professoressa Valeria Giordano e siamo rimaste positivamente impressionate dal vostro progetto che si impegna ad affrontare con grande sensibilità ed attenzione la realtà dei disabili.

Durante il corso gli studenti frequentanti si sono impegnati a scrivere “un lemma”che descrivesse un aspetto della metropoli e noi due, senza esserci messe d’accordo, ci siamo trovate ad affrontare il tema del disagio sociale. Vorremmo dunque offrire un nostro piccolo contributo ed augurare tanta fortuna ad un così coraggioso progetto. Le nostre riflessioni si sono orientare più precisamente verso le “barriere” (Daniela) ed i “rifiuti” (Chiara).

Barriere
Barriera:“cancello, steccato che chiude un fosso o segna un confine”fig.“difficoltà,impedimento,ostacolo”

Un cancello può essere aperto o chiuso. Il confine segna un inizio ed una fine contemporaneamente. Compito di una società civile è abbattere le barriere architettoniche perché la loro presenza alimenta la discriminazione all’interno di una società sempre più attenta al superfluo ed indifferente al necessario. Le barriere, inoltre, possono essere quelle del razzismo, del pregiudizio e dello stereotipo; qualsiasi tipo di discriminazione rappresenta un cancello chiuso.
Un’offesa, un insulto, un inganno, una violenza fisica o psicologica, innalzano una barriera tra noi e l’altro.
Vincere ogni forma di barriera è la grande sfida che la società moderna deve essere in grado di accogliere.

Rifiuti
L’esigenza di consumare cose fresche, buone, è necessaria; l’immaginario di chi abita la metropoli vuole nutrirsi di sempre nuovi stimoli.

“Sotto la denominazione di rifiuti si intende comunemente l’insieme delle sostanze derivate da attività umane o cicli naturali abbandonate o destinate all’abbandono”

In mezzo ai rifiuti della società metropolitana ci sono anche uomini che sono stati espulsi, ripudiati, non-accettati, respinti e poi dimenticati. L’immondizia, le scorie, gli umori vengono nascosti sotto terra, nelle buste, in bidoni e cassonetti, negli angoli delle strade, sui marciapiedi a riposare nell’attesa che scompaiano del tutto alla vista, ma non ci si può liberare del loro odore caratteristico che entra comunque nelle case e impregna gli ascensori. Consumiamo le cose, le persone in modi alternativi riciclandole compresi noi stessi e dovremo presto imparare a convivere tra ri-fiuti ri-fiutati.

1.2.06

Kinderkom: navigazione sicura!

Kinderkom: navigazione sicura!
da:
http://www.raramente.net/ - il cantiere della comunicazione

Speciale di Daniela Cinque, Chiara Codino



Il 20 maggio 2005 si è svolta a Venezia una giornata di riflessione, "Internet e minori: navigazione sicura" promossa da CORECOM VENETO e KINDERKOM.
Il rapporto che bambini e adolescenti hanno con i mezzi di comunicazione è sicuramente complesso: diamo la voce a Patrizia Adamoli, il direttore scientifico di Kinderkom

Che cosa accade alle nuove generazioni con l'uso delle Tecnologie?
In realtà non è facile dirlo... però sicuramente possiamo dire che, essendo l'uomo un animale in via evolutiva tutto ciò che lo circonda e tutto ciò in cui è immerso incide sulle sue modificazioni. Quindi sicuramente i bambini di adesso sono bambini che nascono con la tecnologia a casa... televisiva, di comunicazione, di cellulari... e questo certamente cambia la loro modalità percettiva e rivoluziona il loro mondo cognitivo. Che cosa poi questo porta e produca?! Lo scopriremo.In questo momento c'è la necessità da parte del mondo adulto di accogliere queste modificazioni... non come dei limiti da parte dei bambini e dei ragazzi che spesso, per questo loro diverso modo di comportarsi, vengono bollati per bambini ipercinetici con disturbi del comportamento, che vengono limitati come all'interno di gabbie comportamentali che non afferiscono ad un tipo di educazione numerico alfabetico... e non di un linguaggio tecnologicamente avanzato... La sfida secondo me adesso diventa questa: dare agli adulti la voglia di diventare accoglienti nei confronti di questi nuovi bambini in modo da dare a questi nuovi bambini la possibilità di esprimere al meglio le loro potenzialità. Patrizia Adamoli

Quali sono gli obiettivi di quest'ultima edizione di Kinderkom?
Questo anno il tema principale è quello della "sicurezza in rete", della cura del bambino nell'esposizione della nuova tecnologia. L'ennesima sfida, la "profezia" è quella di riuscire a progettare degli interventi di media educazione e di educazione dell'adulto per accorciare il digital divide che si è andato a creare tra le nuove generazione e quelle più adulte. Per digital divide chiaramente intendo anche difficoltà nella comunicazione. Patrizia AdamoliNelle precedenti edizioni di Kinderkom di quali tematiche si era parlato? E quali mete sono state raggiunte?Riprendendo il lavoro fatto negli anni scorsi faccio dei brevissimi accenni... noi abbiamo trattato del problema della comunicazione di guerra e dell'impatto della comunicazione di guerra sui minori praticamente quasi in simultanea a quello che è accaduto con le due torri e la guerra dell'Iraq. I ragazzi si sono trovati subissati da queste immagini e da questi reportage... appunto... sulla guerra! Abbiamo poi affrontato il discorso di alcune patologie come anoressia e bulimia riferendo queste patologie in relazione all'imitazione di modelli sociali, ....soprattutto le ragazze cercano di avere determinate fattezze: guardano molta televisione... nasce lì il mito della bellezza divina che comporta una scorretta alimentazione. Il comportamento mentale e quello psicologico si modificano.Un grande risultato è il fatto che in Italia siamo arrivati ad avere un codice di autoregolamentazione, un comitato di garanzia tv e minori e, poi, un comitato di garanzia internet e minori un paio di anni dopo... rispetto a quando noi ne abbiamo parlavamo come problema e come necessità. Un altro obiettivo è stato quello di parlare di internet perché ci rendevamo conto in chiave profetica che era importante parlare di internet quando ancora tutti parlavano solo di televisione. Anche su questo un risultato istituzionale è stato raggiunto... Patrizia Adamoli

RaraMente.net ha avuto l'occasione di relazionarsi anche con Don Fortunato di Noto, membro del comitato di garanzia Internet e Minori e promotore dell'associazione onlus METER al quale abbiamo posto qualche domanda.

Quale è il ruolo dei comunicatori nella rete e cosa possono fare per migliorare il mondo...
"Innanzi tutto bisogna comprendere cosa sta dietro la rete. E cosa sta dietro la rete?
L'uomo nella sua interezza. E quindi la rete diventa comunicazione vera, autentica e mezzo di solidarietà di pace e di fratellanza, perché no, di sviluppo, di democrazia e di economia. Il problema non risiede nella rete in sé, la macchina comunicativa ha dei suoi meccanismi ben precisi, coinvolge da informazioni più o meno vere: il problema è chi fa la comunicazione. Allora è possibile vivere una rete solidale, sociale nel momento in cui chi è preposto a far sì di creare percorsi di comunicazione abbia una coscienza retta e la capacità di servire l'uomo e di servire la verità." Don Fortunato di Noto

Don Fortunato di Noto nel suo intervento della giornata ha parlato poi del fenomeno della normalizzazione del linguaggio pedofilo, così ci siamo fatti spiegare meglio di che si tratta...
"La normalizzazione del linguaggio deviante è ormai oggetto di studio, anche di studenti di Scienze della Comunicazione. Con l'associazione METER abbiamo studiato il linguaggio della devianza soprattutto per quando riguarda la pedofilia e la pedopornografia... una parola, un vezzo e un acronimo, che il lettore guarda, può dire tutto e non può dire niente... La cosa che inquieta è quando il soggetto deviato utilizza linguaggi che sono nella cultura, linguaggi normali. Per esempio utilizzare l'Ave Maria e ritrovarla nel forum delle donne pedofile che sottolineano che la madonna ha amato i bambini, suo figlio e quindi giustificano se stesse perché amano i bambini..." Don Fortunato di Noto

Abbiamo infine chiesto a Don Fortunato di Noto cosa ne pensa della possibilità di affidare direttamente ai bambini degli “spazi” da gestire autonomamente, ad esempio all’interno di un programma televisivo o radiofonico, in modo da renderli protagonisti attivi dell’universo mediale...
“Se questo accadesse io assegnerei un premio Nobel...perché se tutto ciò accade diventa veramente una concretizzazione di un diritto fondamentale del fanciullo... Credo che forse in questo campo la rete, come anche la comunicazione, potrebbe dare un apporto in più, sotto la guida di maestri della vita e non di commercianti della vita. Credo che oggi, se ci sono bambini capaci di fare tutto questo, è necessario che abbiano maestri, perché maestri che insegnano cose banali e stupide per ore intere ai bambini fanno un grave danno e peccano gravemente... La comunicazione oggi, lo sappiamo tutti, é diventata un grande potere: il potere di saper dare dignità agli uomini, il potere di poterli degradare fino alle estreme conseguenze. Che ben vengano i programmi dei bambini gestiti dai bambini e che ben venga una Rete Internet gestita dai bambini stessi!” Don Fortunato di Noto

Consapevoli della complessità e della delicatezza di alcuni argomenti, ci siamo lanciati nell'intervista ad un'esperta, la psicoterapeuta Masal Pas Bagdadi...

Secondo lei perché i bambini sono così attratti dalle tecnologie? Forse perché queste vanno a colmare quegli spazi affettivi che mancano ai bambini?
Intanto sono attratti perché è affascinante, perché coinvolgono e sono eccitanti, ma sicuramente anche perché colmano spazi affettivi causati dall'assenza dei genitori... e siccome sono molto comodi, anche i genitori gli permettono di stare davanti alla televisione ore ed ore e i piccoli poi si sentono onnipotenti, dominano loro la scena. Invece con un genitore è diverso perché un genitore dice di "No". Però penso che la parte affettiva ha a che fare con questo crescente interesse e soprattutto... i bambini sono più soli, si sentono soli affettivamente e il computer, ad esempio, fa sentire meno soli. Prima i bambini, quando giocavano, parlavano a voce alta per non sentirsi soli... non se avete mai visto i bambini fare queste cose... anche in passato con i soldatini. E' una cosa curiosa perché la solitudine spaventa l'uomo da piccolissimo. Un bambino neonato per esempio quando si sente solo piange, poi con un bacio smette di piangere, perché sente il corpo... Masal Pas Bagdadi

Riguardo la solitudine di questi bambini, quali sono le dinamiche per cui le nuove tecnologie creano solitudine. E' colpa del mezzo, dei contenuti o di entrambi? Quale è il modo migliore per avvicinare i media ai bambini... fargli comprendere i messaggi... senza creare in loro delle nuove paure, senza allarmismo?
Quello che penso comunque è che i mass media, come qualsiasi situazione reale di angoscia, di pendenza necessitano di adulto mediatore... ma che cosa significa mediatore?! Vuol dire che si può parlare con i bambini sia individualmente che in gruppo, per vedere cosa hanno recepito di quei messaggi che gli arrivano; nel momento che si sa quello che hanno percepito e quello che pensano, che paure hanno... bisogna dargli delle risposte adeguate. Si può anche impedire, dare limiti.. dare limiti è sempre una protezione, anche se in quel momento... lui piange, si agita, non vuole ed è arrabbiato perché i limiti fanno soffrire un po'... ma se è una sofferenza a fin di bene, che lo difende da situazioni che per lui possono essere devastanti, crear confusione... prendiamo la sessualità che si vede in internet, angoscia me che sono persona adulta, che ho visto tante cose nella mia vita... queste cose creano confusioni: non si sa più cosa è permesso, cosa è normale, anormale. Infondo un bambino, un'adolescente, una "persona in costruzione" può andare in confusione, si crea confusione... Ho visto troppi ragazzi che erano angosciati e confusi e piano piano si staccavano dalla realtà, che volevano morire, che smettevano di studiare, che marinavano la scuola... cominciano a pensare alla droghe e alle bugie Masal Pas Bagdadi

Tirando le somme, il momento più interessante della giornata ha riguardato la lectio magistralis di Reuven Feuerstein, il fondatore ICELP International Center for The Learning Potential: non si può nascondere un po' di emozione nell'ascoltare i bei pensieri di questo signore anziano che non si è mai stancato di difendere i bambini, perché non esistono individui che non sono in grado di apprendere: ci sono solo cattivi insegnanti poco pazienti...

La manifestazione ha ospitato anche il primo convegno nazionale dei ragazzi: internet e le nuove tecnologie, tuttavia non c'è stato un vero e proprio dialogo tra i giovani presenti come si era sperato, più che altro sono stati presentati alcuni lavoretti dei ragazzi. La qualità delle presentazioni non è stata molto alta, ma il clima venutosi a creare ha dato visibilità ai temi cari ai promotori del convegno promuovendo qualche riflessione.

15/06/2005

18.11.05

A piedi scalzi nel kibbutz! Intervista a Masal Pas Bagdadi

Autori: Chiara Codino e Daniela Cinque



La ricchezza più grande è determinata dagli affetti e dalle storie di vita delle persone, ognuna con la sua portata di emozione. Leggere A PIEDI SCALZI NEL KIBBUTZ è un po’ immergersi nella vita della sua protagonista, è un viaggio appassionante nel suo tempo e nel suo cuore.
Durante l’inverno fra il 1943 e il 1944 la vita nel ghetto di Damasco si fa sempre più pericolosa. Una madre preoccupata decide di affidare la sua piccola di 5 anni alla figlia maggiore diretta in Palestina.

Una voce...
«Salvala»

La bambina segue terrorizzata sua sorella in una rapida fuga verso la Terra Promessa, una fuga senza spiegazioni.
Una bambina troppo piccola!

Le due clandestine, passato il confine, vengono accolte in un kibbutz dalle abitudini e dai sapori così diversi da casa... Farsi forza a vicenda sembra l’unico modo per sopravvivere, ma presto verranno divise le loro strade!

Masal Pas Bagdadi quando era piccola si chiamava Tune e viveva nel ghetto di Damasco. I fondatori del Kibbutz di Alonim dove è approdata a 5 anni e mezzo, le hanno cambiato nome in Masal per proteggerla.
"Masal di Alonim " è sconvolta, viene affidata ad una famiglia di estranei che parla una lingua incomprensibile.
E’ tutta sola con le sue angosce perché soffre il distacco violento dalla mamma e dalla famiglia, un distacco lacerante che ha aperto una grande ferita nel suo cuore.

Una compagna di gioco le regala una bambola con la testa rotta, ben riaggiustata, a cui lei decide di dedicarsi con tutto l'amore di cui è capace.



“Forse avevo intuito che la testa riparata della bambola rappresentava una
possibilità di guarigione delle mie stesse ferite, delle angosce, delle
paure.
Curando lei, prendevo un po’ cura anche di me stessa.”



E’ così che Tune-Masal trova il coraggio di crescere correndo a piedi scalzi sotto il sole di Israele dove scopre la sua predisposizione verso i bambini e la sua capacità di ascoltare i dolori più profondi delle persone. Sboccia veloce la sua adolescenza piena di contrasti e curiosità. Si occupa dei piccoli e delle loro esigenze trovando nel kibbutz, dove si sperimentano sistemi educativi molto liberi e collettivi, un luogo adatto per esprimersi completamente.

Ormai grande, piena di passioni, si arruola nell'esercito di Israele e diventa sergente. Poi incontra Marco, un ragazzo italiano pieno di vita, e decide di sposarlo. Il destino la conduce a seguire suo marito in Italia nel 1960.

A Milano Masal Pas Bagdadi, dopo essersi abituata con fatica alla pioggia e al freddo, si trova a suo agio. Ha l’opportunità di conosce Luciana Nissim, Cesare Musatti e altri intellettuali progressisti dell’epoca che l’avvicinano alla psichiatria democratica. Con il loro appoggio nel 1966 apre un asilo nido di impostazione psicoanalitica, il Centro giochi di Masal, che dirige fino al 1997.

Tune sorride sempre, vive ancora dentro di lei spensierata e continua ad aiutarla nel suo lavoro di psicologa dell'infanzia e psicoterapeuta: salvare i bambini in difficoltà è ancora la cosa che le riesce meglio, nonostante le grandi sofferenze che le comporta. Oggi Masal Pas Bagdadi è una madre solare che si occupa con sentimento della sua professione.


“Nel trascorrere del tempo, la mia storia lascia
intravedere tutto quello
che la
compone: l’amore, la speranza, le fatiche, i
successi e la
gioia.”

Abbiamo conosciuto Masal Pas Bagdadi a Venezia l’anno scorso in occasione di Kindercom 2005: eravamo rimaste colpite dal suo intervento in questa giornata di riflessione sul rapporto tra i minori e le nuove tecnologie.
In quella occasione era stato premiato il suo libro: Masal Pas Bagdadi, Mi hanno ucciso le fiabe. Come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli, Franco Angeli, 2004
A distanza di tempo Masal ci consiglia di leggere la sua autobiografia e non resistiamo. E’ bellissima...ogni pagina trasuda passione e dolore, gioia e sorrisi misti a lacrime...l’intensità di una vita!
Innamorate della donna e della scrittrice abbiamo deciso di intervistarla.

Chiara e Daniela



Masal Donna, Masal scrittrice. Cosa ti ha spinto a scrivere libri?
Intanto non mi dividere tra Masal scrittrice e tra Masal donna: è la stessa persona e ci tengo a dirlo perché in ogni cosa ci sono sempre la donna e la scrittrice.

In realtà non mi sento una scrittrice, io mi sento una che spiega, che racconta...
Cosa mi spinge a scrivere, invece, è interessante. Io voglio comunicare quello che so agli altri perché lo possano usare, perché possano star meglio, possano sentire in modo profondo le cose che hanno dentro e che magari non riescono ad esprimere.

A piedi scalzi nel kibbutz ha questa valenza, anche se qualsiasi cosa si scrive per esigenza personale: l’esigenza profonda è quella di far muovere certe cose che penso, che è importante passare, sia emotivamente sia come storia.
In fondo sono nata nel ghetto ebraico di Damasco, nel "Medioevo" mia mamma non sapeva scrivere e io sto scrivendo libri...mi sembra una cosa assolutamente straordinaria!

L’affetto che ho ricevuto mi ha dato una profonda tranquillità interiore: anche se sono dovuta scappare, angosciarmi...avevo come punti di riferimento interni la mia famiglia, la mia mamma, mio padre, le mie sorelle.

Penso che più vado avanti e più capisco che questa parte della vita è quella che ti forma, è la base su cui puoi costruire, e se non la perdi strada facendo, diventa molto importante...nessuna casa si costruisce senza basi!

A livello professionale penso di avere una modalità molto particolare di lavorare, non ho paura dell’altro, non ho paura della malattia.
E’ una cosa fuori dal comune che il dottore sia da una parte ed il malato dall’altra, separati, quando, invece, si dovrebbero condividere le cose con l’altro, in modo da farlo sentire normale.

Vi racconto questo episodio perché è bellissimo: si tratta di un ragazzo con un problema grossissimo, con deficit mentali che ho curato per tanti anni.
L’ho seguito fino all’età adulta ed è riuscito a raggiungere una buona situazione lavorativa, collettiva, con i genitori, con tutto quanto...
Prima di congedarlo gli ho domandato: “Come stai?”
Lui mi guarda e mi dice: “Cosa posso volere di più, sono un bel ragazzo, ho il mio lavoro, ho la mia casa, cosa posso volere di più?!”
Lì ho capito di aver fatto il massimo per questo ragazzo.
Io cerco di fare il massimo per ognuno, certo, faccio quello che posso...però aiuto gli altri a tirar fuori quello che hanno: se c’è poco faccio in modo che diventi una cosa grossa.

E’ importante che ognuno tiri fuori quello che ha, ognuno nasce con delle cose e poi ne riceve altre. Penso che usiamo così poco le nostre emozioni e la nostra intelligenza...!

La scuola, l’asilo, non lasciano spazio ai bambini per crescere, sviluppare, sperimentare...
Non tutto è scritto nei libri, a volte è necessario seguire le problematiche che i bambini hanno senza programmare.
Bisogna accogliere i bambini, lasciare loro spazi, sperimentare in modo che diventino liberi pian pianino, quando sanno usare bene le loro capacità.
Li devi far muovere naturalmente però guidandoli con attenzione, con ascolto, con osservazione per poter dar loro la risposta giusta in quel momento.

Hai dedicato la maggior parte della tua vita a studiare le difficoltà dell’età evolutiva. Volevamo sapere cosa ti emoziona dei bambini, cos’è che ti fa appassionare alle loro vite?
Io penso la loro originalità.
Il fatto che tu non decidi cosa devono dire, pensare o fare lascia spazio alla meraviglia, è una cosa straordinaria e rimango allibita...ogni tanto penso: “Ma come fa un bambino così piccolo a tirar fuori queste idee..!”

I disegni dei bambini mi meravigliano, penso che abbiano la capacità di esprimere qualcosa di profondo, e questa è una cosa straordinaria.

Non bisogna banalizzare, si deve essere sempre curiosi di vedere cosa viene fuori da quel bambino, da quella persona.
Le mamme devono occuparsi del bambino per poter pian piano capirlo, perché non diventi un estraneo. Io penso che ci sia molta estraneità tra genitori e figli, soprattutto quando crescono.
E invece si deve osservare, lasciare spazio, ascoltare, dare la risposta giusta e...meravigliarsi!

Io ho 67 anni e penso: “Ma che cosa meravigliosa tutto quello che mi dà ogni bambino!”
Se tu lasci loro lo spazio, i bambini sono liberi di dire quello che pensano.
Però molti bambini sono presto non liberi, sono già appiattiti...e su questo è necessario lavorare, perché possono diventare liberi!

Adesso curo una ragazzina di dieci anni: ha povertà di immagini perché è bloccata, è intelligentissima, però non le vengono idee, non le vengono pensieri.
L’ho tenuta ferma sulla poltrona e le ho detto che deve prendere tutte le mie qualità se sta sulla mia poltrona..! Poi l’ho tenuta ferma con le mani e le ho detto: “Ora chiudi gli occhi e dì solo quello che senti”
Ha fatto una fatica enorme...
Le ho detto: “Cosa senti?”
“Sento caldo dentro”
Questa è una cosa stupenda, questa è la meraviglia delle meraviglie, ha sentito calore, è profondamente sola questa bambina...

Quando ti sei accorta di essere predisposta ad ascoltare le persone?
Penso che sia un processo molto lento.
L’aver fatto molta fatica dopo la separazione dalla mia famiglia, mi ha messo nelle condizioni di guardare gli altri per imparare, osservare...comincia da lì la mia storia!

Nel momento in cui io osservavo, capivo qualcosa ed era più facile adattarmi: non mi buttavo in modo stupido, cercavo di capire dentro di me se le persone vicine erano buone o non buone, se potevo fidarmi o non fidarmi e poi...nel momento in cui decidevo mi buttavo!

La mia vita comincia dall’osservare, ero una bambina molto attenta a quello che mi succedeva intorno.
Già dai cinque anni ho tanti ricordi perché avevo il “talento”, chiamiamolo così, di osservare.
In genere ai bambini si danno delle cose e loro devono giocare, devono fare...
Io giocavo, facevo...però guardavo, osservavo i grandi, interpretavo i loro movimenti, la loro espressione.

Allora si comincia con l’osservazione: quando tu osservi ti metti comunque in relazione con l’altro; poi viene l’ascolto, perché anche nell’osservazione c’è un ascolto, un ascolto più passivo, meno attivo.

L’ascolto nel mio caso parte dall’amore che ho per i bambini.
Non c’è un motivo più profondo dell’amore verso i bambini, verso le persone, che ti spinge ad ascoltare...
Io vedo tanti psicologi che non capiscono niente né della loro vita né della vita degli altri.
La motivazione che l’altro fa parte della tua vita, che non è staccato dalla tua e che tu sei in relazione con lui, sei una persona alle dipendenze dell’altro.
Esiste una dipendenza reciproca.

Quando vengono degli adulti in studio, tutti hanno paura di andare dallo psicologo, paura di diventare dipendenti; allora io dico che siamo dipendenti tutti e due, perché se tu non vieni, prima di tutto non mangio (!), in secondo luogo, io non posso esprimere quello che so e divento una persona povera...esiste una ricchezza reciproca!

Io non tratto i bambini dall’alto al basso.
Quando ho di fronte un bambino, mi abbasso al suo livello: se lo guardo dall’alto non vedo la sua espressione della faccia, degli occhi e lui non mi vede. La comunicazione è sballata! Allora io mi abbasso, lo vedo, lui vede me: sono piccole cose ma sono profondissime.
Nelle scuole e negli asili tutti dicono che non ci sono soldi ma non ci vogliono soldi per abbassarsi e vedere un bambino alla sua altezza per guardare, comunicare, capire cosa gli passa...

Hai vissuto una vita piena di emozioni, molte delle quali laceranti. E’ stato doloroso raccontare la tua vita, rivivere i ricordi e rielaborarli a distanza di tempo?
Io penso che ho rielaborato milioni e milioni di volte. Non una volta. Tutte le volte c’è qualche cosa che torna a galla.
Con il libro ho riattraversato tutto da capo.
Ho pianto.
C’erano momenti che non riuscivo ad andare avanti, c’erano momenti che desideravo mia madre come allora. Se non avessi rivissuto tutto non avrei potuto scrivere un libro così: ho risentito tutto di nuovo.

Anche se sappiamo che a scrivere si rimette in ordine il passato, non c’è un ordine, l’ordine non è importante... Il fatto che sono riuscita a mantenere vive le emozioni dentro di me, mi continua a dare una spinta su tutto. Probabilmente ho retto abbastanza bene il dolore.

Lì ero molto a rischio, adesso che capisco bene la psicologia infantile, ero molto a rischio: potevo diventare una bambina autistica...
Perché era così devastante tutto! Senza famiglia, senza lingua, senza...
Era una roba più grande di un bambino!

A volte dico che io ero una bambina facile: facile da amare! Non creavo problemi. Poi avevo tanti dei miei fratelli per giocare, non solo i fratelli, ma anche altre persone: eravamo un gruppo, tutti vicini, si sentivano le cose di tutti quanti.

O uno si sblocca o va... Io sono molto motivata a fare quello che faccio nella vita, tutti i giorni. Sono motivata ancora. Io voglio morire sulla mia poltrona, perché voglio dare quello che posso dare fino alla fine e penso di poter dare...

Penso che la mia esperienza sia abbastanza unica per come la trasmetto ai bambini. Io non ho paura dei bambini, alcuni hanno paura dei bambini e non li toccano: se non toccate i bambini non capirete mai niente! Non si può. Se tu non prendi un bambino in braccio non puoi capire com’è lui. Questa è la mia particolarità!

Le esperienze difficili della vita infantile, in qualche caso, possono diventare delle ricchezze dell’uomo? Per te com’è stato?
Frequentemente no! Non penso. Perché bisogna avere una base di fondo: sono molto importanti i primi anni di vita.

Io ho fatto di una tragedia un tesoro.
Io dico che sono passata nella vita, non a fianco alla vita. Ci sono molte persone che i problemi passano vicino, sia buoni o cattivi, passano vicino... Io invece ho ribaltato la vita, tuttavia ci ho messo molti anni.

Mi sentivo insicura. Avevo delle paure, molte cose rimaste dentro. Ce ne ho messo di tempo, degli anni, col lavoro, coi bambini... a guarire, a... Penso che ci sono certe ferite che, un po’, non guariscono del tutto.
Non tutto si guarisce. E’ che in fondo, alla fin fine, sono una persona forte! Lo so che sono forte. I forti scombussolano gli altri e gli altri pensano che i forti non hanno bisogno... e invece non è così. I forti hanno bisogno!

Masal Pas Bagadi scrive "A piedi scalzi nel kibbutz", Bompiani, 2002. Perché la gente dovrebbe leggere la tua autobiografia?
Perché credo che molte persone hanno passato cose simili, come per esempio la paura di essere abbandonate. Penso che tutti abbiano sofferto di problemi adolescenziali, di insicurezza... Comunque vengono fuori, anche se vengono fuori con tante cose positive.

Non ho nascosto la parte negativa!

Come ci si impegna nella vita adulta è molto importante, l’aver passione in quello che si fa. Penso che le persone dovrebbero leggere la mia storia, sia bambini che adulti... perché è molto importante partire dal proprio “sentire” per scegliere cosa fare.

Io racconto un esempio di vita di uno che ce l’ha fatta! Se io ce l’ho fatta con tragedie di questo genere, penso che tutte le persone possono trovare nella mia storia un sostegno, una identificazione immediata a livello emotivo.
Insomma quella bambina sono loro... quella bambola rotta... chi non ha mai posseduto una bambola rotta? Però si possono riaggiustare le cose.

Credo che il mio libro dia molta speranza! Penso che l’uomo ha le capacità per ristabilirsi, per non soccombere.

Quando il libro è uscito, una donna di 55 anni mi ha comunicato che voleva assolutamente incontrarmi... e poi l’ho incontrata.
Mi ha detto: - “Quando ho letto il tuo libro mi è passata la depressione e ho smesso di prendere gli psicofarmaci! Ogni tanto lo rileggo. Mi ha sostenuto.”
Poi mi ha detto: - “Occupati della bambina dentro di me che ha sofferto tanto!”
Quando l’ho vista gli ho risposto: - “Sei una persona tanto in gamba. Sei riuscita a superar malattie, a superar cose... sarai brava anche ad occuparti di te stessa.”

Ho scritto il libro per motivi personali, per i miei figli, per i miei nipoti, quelli che vengono dopo...
Questo mondo se n’è andato però, emotivamente ha valore anche adesso! Tutte le cose vere della vita ci sono sempre... ci appassioniamo, le amiamo, non le rendiamo banali. Non banalizzare mai niente, perché se rendi qualcosa banale la fai morire...


MASAL PAS BAGDADI HA PUBBLICATO

Mi hanno ucciso le fiabe. Come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli.
Franco Angeli, 2004

A PIEDI SCALZI NEL KIBBUTZ
Dalla Siria a Israele all'Italia:
vita singolare di un'ebrea araba
diventata psicologa dell'infanzia
Tascabili Bompiani, 2002

A piedi scalzi nel kibbutz.
Bompiani, 2002

Chi è la mia vera mamma? Come superare turbamenti e difficoltà nella relazione tra genitori e figli adottivi.
Franco Angeli, 2002

Genitori non si nasce ma si diventa. Come affrontare capricci, manie, enuresi notturna, pedofilia, separazione, sessualità adolescenziale.
Franco Angeli, 2002

Mamma, mi compri Playboy? Come affrontare capricci, gelosie, curiosità sessuali, separazioni, crisi d'identità.
Franco Angeli, 2002

Il guardiano del palazzo. Crescere coi bambini all'asilo-nido. Un manuale per educatori e genitori.
Franco Angeli, 2002

Proprio a me doveva capitare? Come affrontare le difficoltà della separazione per aiutare se stessi e i propri figli.
Franco Angeli, 2001

Ti cuocio, ti mangio, ti brucio e poi ti faccio morire.
Rizzoli, 1998

17.11.05

Inter-viste

Guardare con più occhi alla vita, ci arricchisce!