18.11.05

A piedi scalzi nel kibbutz! Intervista a Masal Pas Bagdadi

Autori: Chiara Codino e Daniela Cinque



La ricchezza più grande è determinata dagli affetti e dalle storie di vita delle persone, ognuna con la sua portata di emozione. Leggere A PIEDI SCALZI NEL KIBBUTZ è un po’ immergersi nella vita della sua protagonista, è un viaggio appassionante nel suo tempo e nel suo cuore.
Durante l’inverno fra il 1943 e il 1944 la vita nel ghetto di Damasco si fa sempre più pericolosa. Una madre preoccupata decide di affidare la sua piccola di 5 anni alla figlia maggiore diretta in Palestina.

Una voce...
«Salvala»

La bambina segue terrorizzata sua sorella in una rapida fuga verso la Terra Promessa, una fuga senza spiegazioni.
Una bambina troppo piccola!

Le due clandestine, passato il confine, vengono accolte in un kibbutz dalle abitudini e dai sapori così diversi da casa... Farsi forza a vicenda sembra l’unico modo per sopravvivere, ma presto verranno divise le loro strade!

Masal Pas Bagdadi quando era piccola si chiamava Tune e viveva nel ghetto di Damasco. I fondatori del Kibbutz di Alonim dove è approdata a 5 anni e mezzo, le hanno cambiato nome in Masal per proteggerla.
"Masal di Alonim " è sconvolta, viene affidata ad una famiglia di estranei che parla una lingua incomprensibile.
E’ tutta sola con le sue angosce perché soffre il distacco violento dalla mamma e dalla famiglia, un distacco lacerante che ha aperto una grande ferita nel suo cuore.

Una compagna di gioco le regala una bambola con la testa rotta, ben riaggiustata, a cui lei decide di dedicarsi con tutto l'amore di cui è capace.



“Forse avevo intuito che la testa riparata della bambola rappresentava una
possibilità di guarigione delle mie stesse ferite, delle angosce, delle
paure.
Curando lei, prendevo un po’ cura anche di me stessa.”



E’ così che Tune-Masal trova il coraggio di crescere correndo a piedi scalzi sotto il sole di Israele dove scopre la sua predisposizione verso i bambini e la sua capacità di ascoltare i dolori più profondi delle persone. Sboccia veloce la sua adolescenza piena di contrasti e curiosità. Si occupa dei piccoli e delle loro esigenze trovando nel kibbutz, dove si sperimentano sistemi educativi molto liberi e collettivi, un luogo adatto per esprimersi completamente.

Ormai grande, piena di passioni, si arruola nell'esercito di Israele e diventa sergente. Poi incontra Marco, un ragazzo italiano pieno di vita, e decide di sposarlo. Il destino la conduce a seguire suo marito in Italia nel 1960.

A Milano Masal Pas Bagdadi, dopo essersi abituata con fatica alla pioggia e al freddo, si trova a suo agio. Ha l’opportunità di conosce Luciana Nissim, Cesare Musatti e altri intellettuali progressisti dell’epoca che l’avvicinano alla psichiatria democratica. Con il loro appoggio nel 1966 apre un asilo nido di impostazione psicoanalitica, il Centro giochi di Masal, che dirige fino al 1997.

Tune sorride sempre, vive ancora dentro di lei spensierata e continua ad aiutarla nel suo lavoro di psicologa dell'infanzia e psicoterapeuta: salvare i bambini in difficoltà è ancora la cosa che le riesce meglio, nonostante le grandi sofferenze che le comporta. Oggi Masal Pas Bagdadi è una madre solare che si occupa con sentimento della sua professione.


“Nel trascorrere del tempo, la mia storia lascia
intravedere tutto quello
che la
compone: l’amore, la speranza, le fatiche, i
successi e la
gioia.”

Abbiamo conosciuto Masal Pas Bagdadi a Venezia l’anno scorso in occasione di Kindercom 2005: eravamo rimaste colpite dal suo intervento in questa giornata di riflessione sul rapporto tra i minori e le nuove tecnologie.
In quella occasione era stato premiato il suo libro: Masal Pas Bagdadi, Mi hanno ucciso le fiabe. Come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli, Franco Angeli, 2004
A distanza di tempo Masal ci consiglia di leggere la sua autobiografia e non resistiamo. E’ bellissima...ogni pagina trasuda passione e dolore, gioia e sorrisi misti a lacrime...l’intensità di una vita!
Innamorate della donna e della scrittrice abbiamo deciso di intervistarla.

Chiara e Daniela



Masal Donna, Masal scrittrice. Cosa ti ha spinto a scrivere libri?
Intanto non mi dividere tra Masal scrittrice e tra Masal donna: è la stessa persona e ci tengo a dirlo perché in ogni cosa ci sono sempre la donna e la scrittrice.

In realtà non mi sento una scrittrice, io mi sento una che spiega, che racconta...
Cosa mi spinge a scrivere, invece, è interessante. Io voglio comunicare quello che so agli altri perché lo possano usare, perché possano star meglio, possano sentire in modo profondo le cose che hanno dentro e che magari non riescono ad esprimere.

A piedi scalzi nel kibbutz ha questa valenza, anche se qualsiasi cosa si scrive per esigenza personale: l’esigenza profonda è quella di far muovere certe cose che penso, che è importante passare, sia emotivamente sia come storia.
In fondo sono nata nel ghetto ebraico di Damasco, nel "Medioevo" mia mamma non sapeva scrivere e io sto scrivendo libri...mi sembra una cosa assolutamente straordinaria!

L’affetto che ho ricevuto mi ha dato una profonda tranquillità interiore: anche se sono dovuta scappare, angosciarmi...avevo come punti di riferimento interni la mia famiglia, la mia mamma, mio padre, le mie sorelle.

Penso che più vado avanti e più capisco che questa parte della vita è quella che ti forma, è la base su cui puoi costruire, e se non la perdi strada facendo, diventa molto importante...nessuna casa si costruisce senza basi!

A livello professionale penso di avere una modalità molto particolare di lavorare, non ho paura dell’altro, non ho paura della malattia.
E’ una cosa fuori dal comune che il dottore sia da una parte ed il malato dall’altra, separati, quando, invece, si dovrebbero condividere le cose con l’altro, in modo da farlo sentire normale.

Vi racconto questo episodio perché è bellissimo: si tratta di un ragazzo con un problema grossissimo, con deficit mentali che ho curato per tanti anni.
L’ho seguito fino all’età adulta ed è riuscito a raggiungere una buona situazione lavorativa, collettiva, con i genitori, con tutto quanto...
Prima di congedarlo gli ho domandato: “Come stai?”
Lui mi guarda e mi dice: “Cosa posso volere di più, sono un bel ragazzo, ho il mio lavoro, ho la mia casa, cosa posso volere di più?!”
Lì ho capito di aver fatto il massimo per questo ragazzo.
Io cerco di fare il massimo per ognuno, certo, faccio quello che posso...però aiuto gli altri a tirar fuori quello che hanno: se c’è poco faccio in modo che diventi una cosa grossa.

E’ importante che ognuno tiri fuori quello che ha, ognuno nasce con delle cose e poi ne riceve altre. Penso che usiamo così poco le nostre emozioni e la nostra intelligenza...!

La scuola, l’asilo, non lasciano spazio ai bambini per crescere, sviluppare, sperimentare...
Non tutto è scritto nei libri, a volte è necessario seguire le problematiche che i bambini hanno senza programmare.
Bisogna accogliere i bambini, lasciare loro spazi, sperimentare in modo che diventino liberi pian pianino, quando sanno usare bene le loro capacità.
Li devi far muovere naturalmente però guidandoli con attenzione, con ascolto, con osservazione per poter dar loro la risposta giusta in quel momento.

Hai dedicato la maggior parte della tua vita a studiare le difficoltà dell’età evolutiva. Volevamo sapere cosa ti emoziona dei bambini, cos’è che ti fa appassionare alle loro vite?
Io penso la loro originalità.
Il fatto che tu non decidi cosa devono dire, pensare o fare lascia spazio alla meraviglia, è una cosa straordinaria e rimango allibita...ogni tanto penso: “Ma come fa un bambino così piccolo a tirar fuori queste idee..!”

I disegni dei bambini mi meravigliano, penso che abbiano la capacità di esprimere qualcosa di profondo, e questa è una cosa straordinaria.

Non bisogna banalizzare, si deve essere sempre curiosi di vedere cosa viene fuori da quel bambino, da quella persona.
Le mamme devono occuparsi del bambino per poter pian piano capirlo, perché non diventi un estraneo. Io penso che ci sia molta estraneità tra genitori e figli, soprattutto quando crescono.
E invece si deve osservare, lasciare spazio, ascoltare, dare la risposta giusta e...meravigliarsi!

Io ho 67 anni e penso: “Ma che cosa meravigliosa tutto quello che mi dà ogni bambino!”
Se tu lasci loro lo spazio, i bambini sono liberi di dire quello che pensano.
Però molti bambini sono presto non liberi, sono già appiattiti...e su questo è necessario lavorare, perché possono diventare liberi!

Adesso curo una ragazzina di dieci anni: ha povertà di immagini perché è bloccata, è intelligentissima, però non le vengono idee, non le vengono pensieri.
L’ho tenuta ferma sulla poltrona e le ho detto che deve prendere tutte le mie qualità se sta sulla mia poltrona..! Poi l’ho tenuta ferma con le mani e le ho detto: “Ora chiudi gli occhi e dì solo quello che senti”
Ha fatto una fatica enorme...
Le ho detto: “Cosa senti?”
“Sento caldo dentro”
Questa è una cosa stupenda, questa è la meraviglia delle meraviglie, ha sentito calore, è profondamente sola questa bambina...

Quando ti sei accorta di essere predisposta ad ascoltare le persone?
Penso che sia un processo molto lento.
L’aver fatto molta fatica dopo la separazione dalla mia famiglia, mi ha messo nelle condizioni di guardare gli altri per imparare, osservare...comincia da lì la mia storia!

Nel momento in cui io osservavo, capivo qualcosa ed era più facile adattarmi: non mi buttavo in modo stupido, cercavo di capire dentro di me se le persone vicine erano buone o non buone, se potevo fidarmi o non fidarmi e poi...nel momento in cui decidevo mi buttavo!

La mia vita comincia dall’osservare, ero una bambina molto attenta a quello che mi succedeva intorno.
Già dai cinque anni ho tanti ricordi perché avevo il “talento”, chiamiamolo così, di osservare.
In genere ai bambini si danno delle cose e loro devono giocare, devono fare...
Io giocavo, facevo...però guardavo, osservavo i grandi, interpretavo i loro movimenti, la loro espressione.

Allora si comincia con l’osservazione: quando tu osservi ti metti comunque in relazione con l’altro; poi viene l’ascolto, perché anche nell’osservazione c’è un ascolto, un ascolto più passivo, meno attivo.

L’ascolto nel mio caso parte dall’amore che ho per i bambini.
Non c’è un motivo più profondo dell’amore verso i bambini, verso le persone, che ti spinge ad ascoltare...
Io vedo tanti psicologi che non capiscono niente né della loro vita né della vita degli altri.
La motivazione che l’altro fa parte della tua vita, che non è staccato dalla tua e che tu sei in relazione con lui, sei una persona alle dipendenze dell’altro.
Esiste una dipendenza reciproca.

Quando vengono degli adulti in studio, tutti hanno paura di andare dallo psicologo, paura di diventare dipendenti; allora io dico che siamo dipendenti tutti e due, perché se tu non vieni, prima di tutto non mangio (!), in secondo luogo, io non posso esprimere quello che so e divento una persona povera...esiste una ricchezza reciproca!

Io non tratto i bambini dall’alto al basso.
Quando ho di fronte un bambino, mi abbasso al suo livello: se lo guardo dall’alto non vedo la sua espressione della faccia, degli occhi e lui non mi vede. La comunicazione è sballata! Allora io mi abbasso, lo vedo, lui vede me: sono piccole cose ma sono profondissime.
Nelle scuole e negli asili tutti dicono che non ci sono soldi ma non ci vogliono soldi per abbassarsi e vedere un bambino alla sua altezza per guardare, comunicare, capire cosa gli passa...

Hai vissuto una vita piena di emozioni, molte delle quali laceranti. E’ stato doloroso raccontare la tua vita, rivivere i ricordi e rielaborarli a distanza di tempo?
Io penso che ho rielaborato milioni e milioni di volte. Non una volta. Tutte le volte c’è qualche cosa che torna a galla.
Con il libro ho riattraversato tutto da capo.
Ho pianto.
C’erano momenti che non riuscivo ad andare avanti, c’erano momenti che desideravo mia madre come allora. Se non avessi rivissuto tutto non avrei potuto scrivere un libro così: ho risentito tutto di nuovo.

Anche se sappiamo che a scrivere si rimette in ordine il passato, non c’è un ordine, l’ordine non è importante... Il fatto che sono riuscita a mantenere vive le emozioni dentro di me, mi continua a dare una spinta su tutto. Probabilmente ho retto abbastanza bene il dolore.

Lì ero molto a rischio, adesso che capisco bene la psicologia infantile, ero molto a rischio: potevo diventare una bambina autistica...
Perché era così devastante tutto! Senza famiglia, senza lingua, senza...
Era una roba più grande di un bambino!

A volte dico che io ero una bambina facile: facile da amare! Non creavo problemi. Poi avevo tanti dei miei fratelli per giocare, non solo i fratelli, ma anche altre persone: eravamo un gruppo, tutti vicini, si sentivano le cose di tutti quanti.

O uno si sblocca o va... Io sono molto motivata a fare quello che faccio nella vita, tutti i giorni. Sono motivata ancora. Io voglio morire sulla mia poltrona, perché voglio dare quello che posso dare fino alla fine e penso di poter dare...

Penso che la mia esperienza sia abbastanza unica per come la trasmetto ai bambini. Io non ho paura dei bambini, alcuni hanno paura dei bambini e non li toccano: se non toccate i bambini non capirete mai niente! Non si può. Se tu non prendi un bambino in braccio non puoi capire com’è lui. Questa è la mia particolarità!

Le esperienze difficili della vita infantile, in qualche caso, possono diventare delle ricchezze dell’uomo? Per te com’è stato?
Frequentemente no! Non penso. Perché bisogna avere una base di fondo: sono molto importanti i primi anni di vita.

Io ho fatto di una tragedia un tesoro.
Io dico che sono passata nella vita, non a fianco alla vita. Ci sono molte persone che i problemi passano vicino, sia buoni o cattivi, passano vicino... Io invece ho ribaltato la vita, tuttavia ci ho messo molti anni.

Mi sentivo insicura. Avevo delle paure, molte cose rimaste dentro. Ce ne ho messo di tempo, degli anni, col lavoro, coi bambini... a guarire, a... Penso che ci sono certe ferite che, un po’, non guariscono del tutto.
Non tutto si guarisce. E’ che in fondo, alla fin fine, sono una persona forte! Lo so che sono forte. I forti scombussolano gli altri e gli altri pensano che i forti non hanno bisogno... e invece non è così. I forti hanno bisogno!

Masal Pas Bagadi scrive "A piedi scalzi nel kibbutz", Bompiani, 2002. Perché la gente dovrebbe leggere la tua autobiografia?
Perché credo che molte persone hanno passato cose simili, come per esempio la paura di essere abbandonate. Penso che tutti abbiano sofferto di problemi adolescenziali, di insicurezza... Comunque vengono fuori, anche se vengono fuori con tante cose positive.

Non ho nascosto la parte negativa!

Come ci si impegna nella vita adulta è molto importante, l’aver passione in quello che si fa. Penso che le persone dovrebbero leggere la mia storia, sia bambini che adulti... perché è molto importante partire dal proprio “sentire” per scegliere cosa fare.

Io racconto un esempio di vita di uno che ce l’ha fatta! Se io ce l’ho fatta con tragedie di questo genere, penso che tutte le persone possono trovare nella mia storia un sostegno, una identificazione immediata a livello emotivo.
Insomma quella bambina sono loro... quella bambola rotta... chi non ha mai posseduto una bambola rotta? Però si possono riaggiustare le cose.

Credo che il mio libro dia molta speranza! Penso che l’uomo ha le capacità per ristabilirsi, per non soccombere.

Quando il libro è uscito, una donna di 55 anni mi ha comunicato che voleva assolutamente incontrarmi... e poi l’ho incontrata.
Mi ha detto: - “Quando ho letto il tuo libro mi è passata la depressione e ho smesso di prendere gli psicofarmaci! Ogni tanto lo rileggo. Mi ha sostenuto.”
Poi mi ha detto: - “Occupati della bambina dentro di me che ha sofferto tanto!”
Quando l’ho vista gli ho risposto: - “Sei una persona tanto in gamba. Sei riuscita a superar malattie, a superar cose... sarai brava anche ad occuparti di te stessa.”

Ho scritto il libro per motivi personali, per i miei figli, per i miei nipoti, quelli che vengono dopo...
Questo mondo se n’è andato però, emotivamente ha valore anche adesso! Tutte le cose vere della vita ci sono sempre... ci appassioniamo, le amiamo, non le rendiamo banali. Non banalizzare mai niente, perché se rendi qualcosa banale la fai morire...


MASAL PAS BAGDADI HA PUBBLICATO

Mi hanno ucciso le fiabe. Come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli.
Franco Angeli, 2004

A PIEDI SCALZI NEL KIBBUTZ
Dalla Siria a Israele all'Italia:
vita singolare di un'ebrea araba
diventata psicologa dell'infanzia
Tascabili Bompiani, 2002

A piedi scalzi nel kibbutz.
Bompiani, 2002

Chi è la mia vera mamma? Come superare turbamenti e difficoltà nella relazione tra genitori e figli adottivi.
Franco Angeli, 2002

Genitori non si nasce ma si diventa. Come affrontare capricci, manie, enuresi notturna, pedofilia, separazione, sessualità adolescenziale.
Franco Angeli, 2002

Mamma, mi compri Playboy? Come affrontare capricci, gelosie, curiosità sessuali, separazioni, crisi d'identità.
Franco Angeli, 2002

Il guardiano del palazzo. Crescere coi bambini all'asilo-nido. Un manuale per educatori e genitori.
Franco Angeli, 2002

Proprio a me doveva capitare? Come affrontare le difficoltà della separazione per aiutare se stessi e i propri figli.
Franco Angeli, 2001

Ti cuocio, ti mangio, ti brucio e poi ti faccio morire.
Rizzoli, 1998

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